
da Ivan Efreaim A. Gozum
Nel mondo di oggi, le grida di pace risuonano ovunque: dalle terre devastate dalla guerra alle comunità divise, dai dibattiti sui social media alle lotte silenziose nei nostri cuori, dove spesso albergano irrequietezza e ansia. Il mondo di oggi fa sembrare che sia il conflitto a echeggiare. Questo è evidente tra nazioni che si contendono i confini, religioni divise dalla paura e dall’incomprensione e comunità lacerate dalla disuguaglianza. Ogni volta che apriamo i media per informarci sulle notizie, le nazioni sono in conflitto per il potere e le risorse, e le famiglie sono dilaniate da diversi fattori. Questi fattori generano ferite nella società che sfidano gli individui a trovare vie di guarigione.
È facile vederli come problemi separati: politici qui, personali là, ambientali altrove. Ma la verità, come ci ricorda Papa Francesco, è che “tutto è connesso” (Laudato Si’, n. 91). Il grido dei poveri e il grido della Terra sono la stessa cosa. Entrambe sono grida di pace, una pace che può sorgere solo quando riscopriamo la nostra interconnessione. Questa visione, l’ecologia integrale, ci ricorda che tutto è importante. Tutto è prezioso. La violenza che infliggiamo gli uni agli altri e la violenza che infliggiamo alla Terra nascono dallo stesso spirito ferito: la perdita del rapporto con Dio, con gli altri, con il creato e con noi stessi. Strappare un filo significa danneggiare il tutto.
La via verso la pace, quindi, non può essere trovata solo in trattati o leggi; deve essere radicata nella riconciliazione, in una guarigione interiore, relazionale ed ecologica che ristabilisca l’armonia nell’intero tessuto della vita.
La rete spezzata delle relazioni
La storia umana è segnata dalla divisione. Guerre e conflitti continuano a scoppiare – in Medio Oriente, nell’Europa Orientale, nel cuore dell’Asia – spesso giustificati da differenze di fede, razza o ideologia. Queste guerre, l’intolleranza religiosa e le rivalità politiche spesso derivano da un disordinato senso di superiorità e di interesse personale. Su scala più ampia, la sofferenza degli innocenti e la perdita di vite umane causate da questi conflitti sono già allarmanti e terrificanti. Tuttavia, al di sotto di queste lotte globali si celano fratture più profonde: l’indifferenza verso i poveri, la disuguaglianza tra le nazioni e lo sfruttamento delle risorse naturali in nome del progresso.
La nostra epoca, guidata dalla tecnologia e dal consumismo, spesso dimentica che il progresso senza compassione porta alla desolazione. Cerchiamo di dominare piuttosto che di dialogare, di possedere piuttosto che di condividere. Lo stesso atteggiamento guida la nostra crisi ecologica; il nostro sfruttamento della Terra per profitto e convenienza rispecchia il modo in cui ci sfruttiamo a vicenda. Quando i cuori umani sono divisi, la Terra stessa soffre; quando la nostra vita interiore è inquieta, anche le nostre relazioni e il nostro ambiente diventano inquieti. La Terra porta i segni della nostra avidità: foreste spogliate, oceani soffocati dalla plastica e un clima sempre più instabile. Eppure, queste ferite ambientali rispecchiano quelle spirituali. L’inquinamento dell’anima porta all’inquinamento del creato.
Anche su scala più piccola, osserviamo lo stesso schema. Le famiglie si disgregano per egoismo, le comunità si dividono per orgoglio e gli individui perdono la pace interiore nella corsa al successo. La stessa disconnessione che alimenta le guerre tra le nazioni alimenta anche i conflitti tra amici e l’inquietudine nei nostri cuori. Amicizie infrante, conflitti familiari e indifferenza verso gli altri sono segni che la pace non ha ancora messo radici dentro di noi. L’inquinamento del cuore porta all’inquinamento della società e della natura. La guarigione, quindi, inizia dall’interno, dalla riconciliazione con noi stessi, con il prossimo e con il Creatore che ha affidato questo mondo alle nostre cure.
In Fratelli Tutti, Papa Francesco lamenta questa perdita di autentica connessione: “L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro.” (n. 30). La guarigione del mondo, quindi, richiede che guariamo le relazioni che lo sostengono.
Ecologia integrale: vedere il tutto
L’ecologia integrale ci invita a vedere la vita non come un insieme di questioni separate, ma come un tutto interconnesso. Le realtà sociali, culturali, economiche, ambientali e spirituali sono legate insieme come fili di un unico arazzo. Strappane uno e il resto si disfa.
L’ecologia integrale ci sfida ad andare oltre una visione del mondo antropocentrica, che vede l’umanità come dominatrice e sfruttatrice della natura, e a riscoprire la nostra vocazione di custodi. Non siamo proprietari del creato; ne siamo gli amministratori. Come affermato in Genesi 1:28, “Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra”. Questa chiamata non è un’invocazione al dominio, ma un dominio attraverso l’amministrazione. È un invito a realizzare la spinta ad essere amministratori del creato, mostrando responsabilità per le cose che abbiamo a portata di mano. Pertanto, ogni creatura, ogni fiume, ogni respiro d’aria riflette l’amore del Creatore e partecipa al Suo disegno di comunione.
Quando sfruttiamo la natura, rompiamo questa armonia divina. Ma quando viviamo responsabilmente, con gratitudine e sobrietà, partecipiamo all’atto creativo continuo di Dio. Prendersi cura dell’ambiente diventa un atto di culto, un segno visibile di amore per Dio e per il prossimo.
Come scrive Papa Francesco, “Non si può proporre una relazione con l’ambiente a prescindere da quella con le altre persone e con Dio.” (Laudato Si’, n. 119). L’ecologia, quindi, non riguarda solo la Terra; riguarda le relazioni. Riguarda la pace.
L’ecologia come via di riconciliazione
La riconciliazione inizia con la consapevolezza: la consapevolezza che ogni atto d’amore, ogni gesto di cura, contribuisce alla guarigione del creato. Quando ci riconciliamo con la Terra, impariamo anche a riconciliarci gli uni con gli altri.
Pensate a una comunità che si riunisce per piantare alberi, pulire un fiume o ricostruire dopo un disastro. Queste non sono semplicemente azioni ambientali; sono atti umani di comunione. Ripristinano fiducia, cooperazione e speranza. L’ecologia diventa una pratica spirituale, una scuola di umiltà che ci insegna a vivere con semplicità e gratitudine. Per questo motivo, possiamo comprendere che la vera ecologia non consiste solo nel piantare alberi o ridurre gli sprechi; si tratta di coltivare le giuste relazioni. Vivere in armonia con il creato significa riscoprire l’umiltà; ricordare che non siamo padroni del mondo, ma custodi. Ogni atto di cura per l’ambiente è anche un atto spirituale, una forma di pacificazione. Quando scegliamo la semplicità anziché l’eccesso, la compassione anziché l’avidità, partecipiamo alla guarigione delle ferite sia della Terra che dell’umanità.
In Fratelli Tutti, Papa Francesco invoca una “cultura dell’incontro”, uno stile di vita radicato nel dialogo, nella compassione e nel riconoscimento reciproco. Scrive: “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo ‘dialogare’” (n. 198). Questo è uno stile di vita che rispetta le differenze e valorizza gli altri così come sono. L’ecologia, al suo livello più profondo, è un invito all’incontro.
La crisi ecologica, quindi, non è solo un problema scientifico; è un problema morale e relazionale. Per risanare la Terra, dobbiamo prima ripristinare l’arte del dialogo: con Dio attraverso la preghiera, con gli altri attraverso la compassione e con il creato attraverso il rispetto. In questo modo, incontriamo Dio attraverso la bellezza del creato, attraverso la solidarietà e attraverso l’incontro verso la verità. Ispirati da questa prospettiva, quando impariamo a considerare sacra ogni forma di vita, ci muoviamo naturalmente verso la pace.
La visione della pace della Chiesa
La Chiesa cattolica ha sempre visto la pace come qualcosa di più del silenzio delle armi o dell’assenza di conflitti. La pace (shalom) è uno stato di armonia, dove regna la giustizia, le relazioni si ricompongono e la creazione prospera in equilibrio. Questa pace ci è stata ricordata dal Santo Padre, Papa Leone XIV, durante il suo primo discorso nella Basilica di San Pietro, dicendo: “È la pace di Cristo risorto. Una pace disarmante e disarmante, umile e perseverante. Una pace che viene da Dio, il Dio che ci ama tutti, incondizionatamente”.
In questa visione, la pace nasce da relazioni giuste. Come disse una volta San Giovanni Paolo II: “Pace con Dio Creatore, pace con tutto il creato”. La dottrina sociale della Chiesa collega la pace alla giustizia, alla solidarietà e al bene comune. Papa Francesco approfondisce questo legame attraverso la lente dell’ecologia: non possiamo raggiungere la pace tra le persone se distruggiamo il pianeta che le sostiene. È una pace che si estende dal personale al planetario.
È quindi importante ricordare che un’autentica pace sociale è difficile da raggiungere se non si affrontano le cause strutturali della disuguaglianza e del degrado ambientale. In quest’ottica, lavorare per la pace significa prendersi cura del creato, promuovere la dignità umana e favorire il dialogo tra religioni e popoli. La Chiesa chiama ciascuno di noi a essere artefici di pace; a ricostruire la fiducia dove c’è sospetto, a seminare speranza dove c’è disperazione e a ristabilire l’equilibrio dove c’è distruzione.
Pertanto, la missione della Chiesa per la pace include sia la protezione dei vulnerabili che la cura della Terra. È una missione che unisce spiritualità e azione, fede e responsabilità. Per vivere come discepoli di pace, dobbiamo imparare a vedere il creato non come una risorsa, ma come un dono; non come un possesso, ma come un compagno nel nostro cammino verso Dio.
La pace comincia dentro di noi
In mezzo a tutte le sfide globali, è facile sentirsi impotenti. Eppure la vera pace inizia sempre nel cuore umano. Quando ci riconciliamo con noi stessi, quando perdoniamo, lasciamo andare il risentimento e accogliamo la gratitudine, iniziamo a irradiare pace verso l’esterno. Quando ci riconciliamo con il nostro passato, perdoniamo gli altri e accettiamo i nostri limiti, ci apriamo alla quieta armonia della presenza di Dio.
La pace interiore trasforma il nostro modo di relazionarci con gli altri e di vivere su questa Terra. Ci rende più gentili, più attenti, più consapevoli della sacralità della vita. Questa armonia interiore è di per sé un atto ecologico, perché la pace che dimora in noi si estende naturalmente al modo in cui trattiamo il creato. Vivere in pace con il creato significa riscoprire la meraviglia: guardare il cielo, il mare e i volti intorno a noi e vedere il riflesso dell’amore divino. Coltiviamo gratitudine e semplicità, scopriamo che la pace non è un ideale astratto, ma una pratica quotidiana di riverenza e responsabilità.
Attraverso questa pace interiore, possiamo irradiare amore sociale. Questo amore sociale ci spinge a pensare a grandi strategie per fermare il degrado ambientale e a promuovere una “cultura della cura” che permei tutta la società. La pace con la Terra, quindi, non riguarda solo azioni esteriori. Riguarda una conversione interiore. È un cambiamento del cuore che riconosce la Terra e ogni persona come riflesso della bontà di Dio.
Una chiamata a vivere come un’unica famiglia
Essere “tutti fratelli e sorelle” significa riconoscere che ogni vita è interconnessa. L’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo e le relazioni che condividiamo fanno tutti parte di un unico ecosistema divino d’amore. In questa casa condivisa, le ferite di uno influenzano tutti. Eppure, allo stesso modo, la guarigione di uno porta speranza a tutti. Quando una persona sceglie il perdono, quando una comunità sceglie il dialogo, quando una società sceglie la sostenibilità, il mondo si avvicina un po’ di più alla pace.
Percorriamo quindi insieme questo cammino:
cercare la pace con la Terra attraverso la cura.
cercare la pace con gli altri attraverso la compassione.
cercare la pace interiore attraverso la contemplazione.
Perché, in definitiva, non c’è vera pace tra noi se non c’è pace con la Terra. E non c’è pace con la Terra se non c’è pace con Dio. In definitiva, “Pace con la Terra, pace tra noi” non sono due obiettivi separati, ma un’unica sacra missione. È la chiamata a vivere in un’unica casa comune affidata alle nostre cure. E forse il primo passo verso questa pace è semplice: fermarsi, respirare, ascoltare di nuovo il battito del creato e lasciare che risvegli in noi un rinnovato amore per Dio, per gli altri e per la nostra casa comune.
Come ci ricorda splendidamente Papa Leone XIV:
“Facciamo dell’estate un’opportunità per prenderci cura degli altri, per conoscerci a vicenda, per offrirci consigli e un ascolto attento, perché queste sono espressioni d’amore, e ne abbiamo tutti bisogno. Facciamolo con coraggio. In questo modo, attraverso la solidarietà, nella condivisione della fede e della vita, contribuiremo a promuovere una cultura di pace, aiutando chi ci circonda a superare divisioni e ostilità e a costruire comunione tra individui, popoli e religioni”.
Che i nostri cuori, le nostre comunità e il nostro pianeta si rinnovino in quella pace che il mondo non riesce a dare; la pace che scaturisce dalla comunione, dalla gratitudine e dall’amore.
Informazioni sull’autore,
Ivan Efreaim A. Gozum è docente universitario presso l’Istituto di Religione della Pontificia e Reale Università di Santo Tomas, Manila, dove ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e sta attualmente conseguendo il Dottorato in Filosofia, con specializzazione in Teologia. È anche ricercatore associato presso il Centro di Ricerca per Teologia, Studi Religiosi ed Etica (RCTRSE) della stessa università. Ha inoltre conseguito un Master in Educazione Religiosa e dei Valori presso la Holy Angel University di Angeles City, Pampanga. I suoi interessi di ricerca includono studi sulla famiglia, discipline umanistiche mediche, intelligenza artificiale, Gabriel Marcel, Tommaso d’Aquino e Karol Wojtyla. Come studioso emergente, ha presentato i suoi articoli a conferenze locali e internazionali e ha pubblicato articoli su riviste accademiche, sia in patria che all’estero.





