Tounier, Ipocrita. Parabola della pagliuzza, Uffizi, Firenze, 1635

Domenica 2 marzo 2025
VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C
Commento al Vangelo della domenica
Lc 6,39-45

Questa domenica, ultima prima del cammino quaresimale, completa il percorso al cuore del Vangelo di Luca, mettendoci in guardia soprattutto dalla nostra convinzione di essere giusti. Prosegue oggi il vangelo delle beatitudini dell’evangelista Luca, che abbiamo visto in queste domeniche, quella pianura da cui parla Gesù che raccoglie attorno a sé folle di persone assetate di parola, desiderose di essere guarite, di toccare il Cristo. La sua parola tocca i nostri desideri, il tema dei nemici, la misericordia. Parla ai peccatori, ai fragili.

Usa l’immagine del cieco per esprimere queste persone. Non è semplicemente un “non vedente”, perché spesso i non vedenti sono quelli che ci vedono meglio. Pensate a San Francesco che compone il Cantico, quale bellezza riuscisse a vedere nonostante i suoi occhi fossero chiusi da mesi a causa del glaucoma e del cauterio subito a Poggio Bustone. Il cieco non sa da dove viene, né dove va, non si rende conto di dove si trovi, non ha coscienza di chi sia Dio e i fratelli. Se un cieco guida un altro cieco, finiscono entrambi in una fossa! Finiscono nella morte, perché solo Dio che è padre e madre può generare la vita. Il Dio “uterino” di cui si parlava qualche versetto prima, e di cui abbiamo visto le caratteristiche domenica scorsa.

“Non c’è discepolo sopra il maestro”, si riferisce direttamente ai suoi, citando sé stesso come maestro. Un maestro strano, che va a cena con i peccatori, che vive immerso nelle folle assetate di speranza, che lava i piedi ai suoi amici. La presunzione è stupidità. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello”, una delle immagini più celebri del vangelo. La presunzione porta a rendersi conto delle pagliuzze presenti negli occhi del fratello, e non si rende conto di avere una pagliuzza gigante, una trave! A parte l’iperbole che usa come paradosso Gesù per rendere l’idea, ma proviamo a immaginare una persona con una trave in un occhio. Come fa un uomo ad avere in un occhio una trave? È una persona certamente morta!

La stupidità, la presunzione, porta solo alla morte, solo alla fossa! Chi giudica è già morto! Non è figlio di Dio, non è fratello di nessuno. Come si fa a vivere con una trave in un occhio? È la morte spirituale dell’uomo, quando per stupidità passiamo il tempo a giudicare gli altri. A volte, specie in ambienti dove si vive la carità, si ripresenta questa immagine falsamente zelante: lascia che ti aiuti io a togliere le tue piccole pagliuzze! Quasi come se la nostra azione possa salvare il fratello, il nostro zelo fisso sui difetti dell’altro, per correggerli. Ecco, se queste azioni sono autocentrate per ingrandire la nostra superbia, ci dice Gesù che allora siamo già morti!

“Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo”, letteralmente “albero bello”. Usa la metafora dell’albero per raccontare l’uomo, e per concludere il discorso delle beatitudini. Poi userà l’immagine del cuore, e infine l’immagine della casa, non presente nel vangelo di oggi. Ma è bello vedere come Gesù, per descrivere l’uomo con uno sguardo olistico, prenda in prestito tre immagini: una immagine del Creato, un’immagine interiore, e infine una immagine di relazioni. L’albero è simbolo della vita perché prende qualcosa che non ha vita, i quattro elementi del Cantico, per trasformarli in vita. L’albero bello fa frutti belli. Non si sforza neppure, è la sua natura. Ogni uomo agisce secondo la propria natura. Questo ci aiuta a capire se, nel nostro cammino verso la conversione, siamo sulla strada giusta: basta guardare i frutti! Quali sono i frutti belli? 

E cosa fare, se il mio albero produce frutti cattivi? Mi metto a fare frutti finti, come la buonissima frutta martorana con pasta di mandorle che si fa in Sicilia? Dolci squisiti, ma non sono frutti veri, anche se molto simili. Provo a mettere maschere per fingere buonismo? Non andremmo lontani. Allora la prima cosa da fare è contemplarsi, rivolgere uno sguardo su noi stessi, uno sguardo di verità. Accogliere il nostro limite.

“L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”, sembra quasi mettere in guardia dalla frutta martorana, dalla frutta di plastica. Nessuno di noi può mentire al proprio cuore, anche se all’esterno possiamo dare una bella impressione, dire cose belle, essere amabili e simpatici. Ciascuno di noi sa adesso se è un sepolcro imbiancato, o se è autentico. Ciascuno di noi conosce il proprio cuore.

“La sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”, si ritorna alla parola, che può essere fonte di vita o di morte. La prima opera fondamentale del cuore è la parola. Tutti i nostri rapporti sono basati sulle parole. Tutta la nostra vita è regolata dalle nostre parole. Tutto il mondo è sempre guidato da parole, quanti leader hanno guidato con parole intere folle. Nel bene o nel male. Noi siamo chiamati, oggi, a pronunciare la parola bella.

In questo non giudicare, in questa ultima domenica prima del cammino quaresimale, tornano vivaci le parole di San Francesco rivolte a un ministro, nella stupenda lettera che in un passaggio dice: “E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori” (FF 234).

Vi auguriamo di cuore una buona domenica.

Laudato si’!